Bisogna partire da un preciso postulato: la misura concreta della città contemporanea non può più essere la sua forma. Questa infatti non solo, non è più in grado di decifrare i sistemi urbani contemporanei, ma è diventata uno strumento descrittivo delle reti infrastrutturali, divenendo questa l’unica forma riconoscibile per un possibile orientamento all’interno dello spazio urbano. La dialettica tra le sue singolarità e le molteplicità situazioniste, trasporta l’idea stessa della città verso la natura di una forma-intellegibile, non più riconoscibile in un’unica forma-oggetto, ma semplicemente attraverso un logos di connessione, che assume così caratteri fondativi e propulsori dello stesso fenomeno urbano.

L’idea della città contemporanea non è più quindi forma e segno spaziale intellegibile, ma una coabitazione dialettica e polifonica di relazione tra “corpi e spazi urbani”, mobili “torri rosse” – punti eccezionali e poderosi “monstrum” che si pongono come infrastrutture di densità programmatica – e molteplici mappe e “racconti urbani”, che vivono all’interno di una memoria collettiva, una “città gassosa“, che cambia e si trasforma continuamente.